LA FILIERA DEI DEPISTAGGI DIECI ANNI MEDIATICI FINO AL 2006

Trascorsi oltre 10 anni dal duplice omicidio di Ilaria Alpi e di Miran Hrovatin, avvenuta a Mogadiscio il 20 marzo 1994, ci si trova di fronte a un giudizio unanime della Magistratura ordinaria e delle molteplici Commissioni parlamentari di inchiesta interessate al caso: carenza assoluta di prova sull’esistenza di malaffari tra l’Italia e la Somalia e su quella dei mandanti del duplice delitto.

Analogo il giudizio espresso dalla Commissione parlamentare di inchiesta sulla morte dei due giornalisti italiani presieduta dall’on.le Taormina, che ha denunciato fortemente l’attività criminale svolta da una ben determinata Centrale giornalistica di depistaggio mediatico per accreditare il Grande Teorema secondo il quale Ilaria era stata uccisa perché indagava o sapeva di quei pretesi fatti illeciti.

Questo il parere esplicito a conclusione delle indagini sul denunciato depistaggio: l’omicidio è stato solo un atto banditesco contra incertam personam, nello scenario di una guerra civile particolarmente spietata e cruenta, senza alcuna prova di traffici illeciti. “L’inchiesta segna l’esito negativo di tutte le battaglie ingaggiate allo scopo di far considerare vero ciò che è risultato essere decisamente falso, sfruttando un fatto omicidiario “troppo spesso eretto a sistema di oscure trame.

Verità solare ad oggi definitiva e incontrovertibile, “malgrado – lo ha scritto la Commissione Alpi  illazioni, sospetti, depistaggi, accuse totalmente prive di riscontri, come hanno dimostrato le archiviazioni dell’Autorità giudiziaria al termine di estenuanti indagini”.

Evidente l’accusa, dunque, di aver tentato nei primi 10 anni dal duplice delitto di alterare la verità e sostanzialmente di creare ostacoli alla giustizia.

La relazione conclusiva è stata ancor più lapidaria: “La Centrale, colpevole di aver fatto credere che Ilaria e Miran siano stati uccisi perché depositari di segreti, e composta da giornali e giornalisti e cioè – tra gli altri – da Famiglia Cristiana e l’Espresso, oltre al TG3, ha creato collegamenti con l’Autorità giudiziaria, organi investigativi della polizia di Stato e dei carabinieri e con istituzioni carcerarie attraverso le quali istituire rapporti con i ‘pentiti’ costruendo il ‘mistero’ con dati di provata falsità.

Tutta un’opera vergognosamente concepita, dunque, e attuata con così vasta estensione da non raccapezzarci.

Prima di avviare il lettore a considerare con questo secondo libro il depistaggio perseguito dopo il deposito della predetta relazione conclusiva (26 febbraio 2006) fino ad oggi, credo opportuno, anche per rendere più comprensiva l’intera raccapricciante storia e il suo seguito, ricapitolare gli aspetti più salienti del depistaggio mediatico dei primi dieci anni.

Lo faccio sinteticamente anche perché i soliti imbrattatori e i loro neofiti vi faranno costante riferimento fino all’anno 2017 con il pravo intento di riproporli e di accreditarli così da continuare a specularci sopra.

Ecco i falsi e le invenzioni:

  1. Il viaggio di Ilaria e Miran a Bosaso fu deciso per effettuare un’inchiesta sui traffici di armi e di rifiuti. Falso!
    Si trattò invece di una vacanza perché non sapevano che fare a Mogadiscio.
  2. Il falso coinvolgimento del Mussa Bogor di Bosaso nel conclamato traffico di armi, quando invece si era tentato di convincerlo ad accusare l’ing. Mugne dietro promessa di denaro.
  3. La falsa successiva alterazione dell’intervista della Alpi concessa dal Bogor.
  4. La presenza a Bosaso di un peschereccio della Shifco a garanzia del pagamento di tangenti. Falso! si trattava di un peschereccio sequestrato dai pirati migiurtini per ottenere un riscatto, poi effettivamente pagato.
  5. Il presunto ordine venuto dai carabinieri di La Spezia il 14 marzo 1994 per eliminare “presenze anomale” in Bosaso su richiesta della CIA, quando la Alpi e Hrovatin non erano ancora giunti.
  6. L’assassinio di Ilaria avvenuto con un colpo di pistola sparato a contatto alla nuca, quando invece si è trattato di colpi di un mitragliatore a distanza, a reazione di quelli improvvidamente sparati per prima dalla stessa guardia del corpo di Ilaria.
  7. La causa del duplice assassinio è da ricercarsi nelle tangenti pagate sul finanziamento della cooperazione italiana  in favore della Somalia. Falso!
  8. Il preteso coinvolgimento nei malaffari di tutto il vertice del PSI, Craxi, De Michelis, Martelli, Lagorio, Pellittieri, Bearzi, in intesa con Siad Barre.
  9. La sottrazione dei verbali e della relazione conclusiva con le audizioni dei somali a conoscenza dei fatti ascoltati a Mogadiscio il 31 gennaio 1996 dai parlamentari della Commissione di inchiesta sulla cooperazione, in particolare di quello con le dichiarazioni della guardia del corpo di Ilaria, il quale ebbe a confermare di aver sparato per prima.
  10. La storiaccia raccontata (o fatta raccontare) dal maresciallo Aloi con il suo bugiardo diario, circa le fotografie scattate dalla Alpi in occasione dello stupro di donne somale da parte dei militari italiani, quale causa del suo assassinio
  11. La falsa sottrazione dei block notes della Alpi.
  12. Idem circa le cassette dei filmati operati dal Hrovatin.
  13. Idem per la sparizione della macchina fotografica della Alpi rinvenuta e sequestrata nel 2005 ad iniziativa della Commissione Alpi a casa dei suoi genitori.
  14. La falsa storia dei fogli strappati dal block notes da Giancarlo Marocchino corso a portarli ad Ali Mahdi, l’ex Presidente della Repubblica, subito dopo il delitto.
  15. Il tentativo di compromettere Giancarlo Marocchino nel duplice delitto  per il solo fatto di essersi trovato sul luogo dell’eccidio.
  16. La intromissione dei giornalisti circa lo sfruttamento di una “fonte” somala, mantenuta pervicacemente anonima, in concorso con i poliziotti della Digos di Udine, peraltro incompetente alle indagini, per creare negli anni dal 1994 al 1998, ben 24 informative di contenuto calunnioso, alterando totalmente le dichiarazioni rese dalla stessa.
  17. Il falso riferimento in una delle predette informative ad una riunione organizzata a casa di Ali Mahdi con alti esponenti somali il giorno prima dell’eccidio per ordinarlo ai killer.
  18. L’avvenuta predisposizione di un “canovaccio” ad iniziativa di un giornalista poi rimesso ai poliziotti della Digos di Udine da utilizzare per la stesura della calunniose informative, poi sequestrato dalla Commis-sione Alpi.
  19. L’incontro a casa di Mariangela Gritta Grainer, presidente dell’Asso-ciazione Alpi, dei tre poliziotti della Digos con la fonte somala e i giornalisti, compreso quello che l’aveva rintracciata e l’autore del “canovaccio” a cui ispirarsi.
  20. L’avvio nel 1975 presso la Procura della Repubblica di Torre Annunziata, incompetente territorialmente e funzionalmente, di un procedimento penale contro l’ing. Mugne, gestore della società Shifco, con l’accusa di un traffico di armi, ricorrendo strumentalmente Francesco Elmo, utilizzato per frodare l’Erario dello Stato
  21. La utilizzazione dagli inquirenti della Procura di Torre Annunziata di Giorgi Franco per poi indurlo a firmare verbali già redatti, pena in difetto del suo arresto, sempre sul preteso traffico di armi in Somalia.
  22. L’avvio a partire dal 1998 di una campagna stampa su Famiglia Cristiana circa pretesi e indimostrati traffici di rifiuti dall’Italia alla Somalia, divenuta la pattumiera del mondo.
  23. L’invenzione dell’esistenza ad Obbia, in Somalia, di un cubo di cemento armato della dimensione di metri 30x30x30 carico di rifiuti e di un preteso controllo dello stesso da parte dei giornalisti di Famiglia Cristiana per via aerea.
  24. Il racconto su il settimanale cattolico di un indimostrato viaggio del giornalista Luciano Scalettari nel nord della Somalia nel 1999 alla ricerca dei rifiuti.
  25. La generica descrizione di vaste morie di persone e di animali in Somalia per effetto delle radiazioni delle scorie nucleari, ivi seppellite.
  26. La costruzione di una falsa pianta pubblicata su Famiglia Cristiana, poi ripresa da molti altri giornali attestante la balorda esistenza in tutta la Somalia di 32 discariche di rifiuti tossici e nucleari.
  27. La reiterata pubblicazione su Famiglia Cristiana e sulla stampa “amica” di una foto di una vecchia cisterna destinata a trasporto dell’acqua su camion, abbandonata al gioco dei bambini su una spiaggia somala, fatta  artatamente passare per un contenitore di rifiuti.
  28. La fantasiosa apparizione sulle coste della Somalia di bidoni e contenitori contenenti rifiuti, precedentemente gettati nelle acque, per effetto dello ‘tsunami prodottosi nell’Oceano Indiano nel 2004.
  29. Il coinvolgimento omertoso nei traffici illeciti e nel fatto omicidiario dei Servizi segreti italiani per conto dello Stato.
  30. Il tentativo di accreditare l’avvenuta realizzazione nel 1989 del cosiddetto “Progetto Urano” inventato da Guido Garelli con il trasferimento di rifiuti nell’ex Sahara spagnolo.
  31. L’operazione di aggancio da parte dei tre giornalisti di Famiglia Cristiana dal 1999 al 2003 di Guido Garelli, ristretto nel carcere di Ivrea, per il tentativo di attestare l’avvenuta realizzazione del Progetto Urano anche in Somalia con vasta corrispondenza e incontri in carcere.
  32. L’aggancio tramite un giornalista de L’Espresso di Giampiero Sebri, “sfruttato” in numerosi incontri successivi dai tre giornalisti di Famiglia Cristiana successivi per accreditare la falsa storia dell’avvenuto trasferimento in Somalia, via nave di rifiuti in cambio di armi.
  33. La falsa storia raccontata da Giampiero Sebri al PM di Milano, Maurizio Romanelli circa un suo unico incontro avvenuto a Milano nel 1989 con Giancarlo Marocchino impegnato, in intesa con i Servizi segreti, nel traffico di rifiuti su cui indagava Ilaria Alpi.
  34. La falsa storia di Giampiero Sebri secondo cui c’è stato un secondo incontro, in Milano con il Marocchino nell’ottobre 1993 insieme con il colonnello Luca Rajola Pescarini del Sismi nel corso del quale l’operatore italiano chiese la eliminazione della giornalista che si permetteva indagava.
  35. L’altrettanta falsa storia attribuita al Sebri di un suo secondo incontro con il solo colonnello Rajola, sempre in Milano nell’aprile 1994 (e cioè dopo l’assassinio della Alpi) apprendendo dall’ufficiale l’avvenuta “sistemazione” della Alpi.
  36. La costruzione della diffamatoria intervista di Giampiero Sebri apparsa su Famiglia Cristiana il 1 ottobre 2000 che reitera i traffici illeciti tra l’Italia e la Somalia e l’avvenuto conseguente  assassinio della Alpi già richiesta da Giancarlo Marocchino
  37. La manovra di condizionamento per via epistolare di Guido Garelli, sempre ristretto nel carcere di Ivrea, a mezzo di Giampiero Sebri con lettere scambiate a mano dai tre giornalisti di Famiglia Cristiana,  poi dagli stessi fotocopiati, realizzando quello sfruttamento poi stigmatizzato dalla Commissione Alpi.
  38. Le equivoche e ingiustificate iniziative sul Caso Alpi di Luciano Porcari presso la Digos e la Procura della Repubblica di Udine dopo gli incontri avvenuti in carcere con i tre giornalisti di Famiglia Cristiana.
  39. Il rintraccio e gli incontri dal 2002 al 2005 degli stessi tre giornalisti con il “manovale” della ‘ndrangheta Francesco Fonti, condannato a mezzo secolo di galera per gravi reati, che era in libertà sotto falso nome e con domicilio riservato, ai fini della costruzione di una intervista/memoriale dietro la promessa della stampa di un libro a suo nome con un profitto di almeno 25.000 euro, a che si dichiarasse coinvolto, per conto delle cosche calabresi nei traffici illeciti di rifiuti, che egli aveva precedentemente escluso in modo tassativo in costanza della sua collaborazione di dieci anni prima con il Procuratore nazionale antimafia Vincenzo Macrì per altri fatti-reato.
  40. La improvvisa e inspiegabile carcerazione del Fonti nel luglio 2003 per associarlo al carcere di Ivrea e collocarlo in una cella a fronte di quella di Guido Garelli, così da acconsentire i loro colloqui sul traffico dei rifiuti in Somalia artatamante avviati dal Fonti.
  41. La corrispondenza dei tre giornalisti di Famiglia Cristiana con il Fonti, subito dopo la sua associazione nel carcere di Ivrea, con la promessa di venirlo a trovare quanto prima per rendere “più corposa” l’avviata intervista.
  42. L’inspiegabile trasferimento di Guido Garelli per pochi giorni ad altro carcere, consentendo al Fonti di rovistare fra le sue carte al punto da sottrargli due fogli compilati col computer, poi dal medesimo consegnati al dr. Macrì come propri, nei quali figuravano i nomi delle tre navi che il Fonti poi asserirà di aver affondato ricorrendo all’esplosivo per ordine delle cosche calabresi, nell’interesse del governo italiano. Sottrazione di cui il Garelli si accorgerà al suo rientro nel carcere di Ivrea denunciandola alla direzione carceraria, ma senza conseguenze.
  43. Il tentativo di criminalizzare i dirigenti dell’ENEA di Rotondella circa la movimentazione dei rifiuti nucleari, riavviando un’indagine della Procura di Potenza, che era già stata archiviata, solo sulla parola di Francesco Fonti.
  44. La falsa storia del seppellimento in Basilicata di fusti con le scorie radioattive dell’ENEA con il concorso del Fonti e i vari accertamenti del PM di Potenza, nel corso dei quali venne notata e fatta verbalizzare la presenza anomala (data l’assoluta riservatezza dell’operazione) del giornalista Riccardo Bocca venuto espressamente da Roma, nel luglio 2004.
  45. Le manovre di condizionamento all’interno della Commissione parlamentare Alpi-Hrovatin, dopo il suo insediamento nel 2004, e il tentativo di truffa di Franco Bulli.
  46. Le anomale iniziative del giornalista Roberto De Nunzio nell’ambito della Commissione Alpi, che ha portato alla sua revoca quale “consulente”.
  47. Il tentativo di condizionamento operato da Luciano Scalettari, accompagnato dall’on. Bulgarelli, membro della Commissione Alpi-Hrovatin, di inserire quale consulente nella stessa il poliziotto Giovanni Pitussi della Digos di Udine, uno dei coautori delle 24 informative calunniose, amico e socio del giornalista Luigi Grimaldi, autore del “canovaccio” poi sequestrato dalla Commissione stessa.
  48. Lo stigmatizzato tentativo di Luciano Scalettari e di Luigi Cavalli, unitamente all’on.le Bulgarelli, di accreditare i risultati delle loro vane ricerche dei rifiuti operate nell’estate 2005 sotto la strada Garoe Bosaso, nonché la morie delle persone e animali per l’effetto delle radiazioni nucleari.
  49. L’apparizione sul web di riferimenti dell’ing. Vittorio Brofferio, dopo 17 anni dalla sua presenza in Somalia (anno 1987), circa una pretesa  proposta fattagli da Giancarlo Marocchino di seppellire container, ignorandone il contenuto, sotto la strada Garoe-Bosaso (la cui massicciata, per come ha testimoniato l’ing. Keller, direttore generale dei lavori, non supera di 40 cm!), solo dopo che il Brofferio (poi querelato da Giancarlo Marocchino) si era incontrato con i tre giornalisti di Famiglia Cristiana.
  50. La falsa storia dei fusti dei rifiuti, durante la missione Unosom,caricati nel porto di Livorno e il loro trasporto a Mogadiscio con il coinvolgimento di Giancarlo Marocchino e di Mirko Martini, raccontata dal Fonti il quale, in sede di confronto dinanzi alla Commissione Alpi, non li riconoscerà e per questo dichiarato totalmente inaffidabile.
  51. La lunga campagna stampa protratta nel 2004 e 2005 su L’Espresso con 18 servizi a firma di Riccardo Bocca su un preteso “filo rosso” che ha collegato il traffico di rifiuti e di armi alla Somalia e al duplice omicidio di Ilaria e Miran.
  52. La confezione e apparizione su L’Espresso del 2 giugno 2005, a conclusione della campagna stampa avviata nel 2004, di un’intervista di Riccardo Bocca (subentrato nei rapporti col Fonti ai tre giornalisti di Famiglia Cristiana, intanto sotto processo per diffamazione assieme a Giampiero Sebri dinanzi al Tribunale di Alba per la intervista apparsa su questo settimanale il 1 ottobre 2000) a Francesco Fonti, che, secondo quanto dichiarerà ad dr. Macrì della DNA il 9 settembre 2005, era stata scritta dal Bocca stesso con il suo computer dietro la promessa della somma di 10.000 euro a titolo di compenso. Intervista in cui si accredita la storia dell’autoaffondamento delle navi a perdere, poi dimostratasi totalmente falsa.
  53. La artificiosa propalazione su tutta la stampa “amica” circa l’avvenuto seppellimento dei fusti con i rifiuti nei pozzi d’acqua larghi meno di 30 cm da Bosaso fino a Merka, per oltre 1500 chilometri.
  54. La persistente criminalizzazione, con l’accusa di trafficante di armi, prima e durante la missione Unosom, di Giancarlo Marocchino, malgrado l’inesistenza di ogni addebito per come valutato dalle indagini dalla Digos di Roma e archiviato già nel 1994 dal dr. Saviotti della Procura della Repubblica romana.
  55. La costruzione del falso rapporto del poliziotto somalo Schermarke su una presunta telefonata-trappola di Giancarlo Marocchino fatta alla Alpi il 20 marzo 1994, per invitarla a casa sua il giorno dell’omicidio, apparso otto mesi dopo su  “ispirazione italiana”, per come accertato dalla Commissione Alpi.
  56. Artificiosa e strumentale speculazione di tutta la stampa depistante, a seguito dell’apertura di tre procedimenti penali a carico di Giancarlo Marocchino sulla base di conversazioni telefoniche con un suo amico dal PM di Asti Luciano Tarditi, senza peraltro averne la competenza attinenti alla progettazione di affari mai realizzati, avvenute alla fine del 1997 e, quindi, di oltre 3 anni dopo la morte di Ilaria e Miran, poi archiviati a richiesta dello stesso PM per assoluta insussistenza dei fatti.
  57. Lo sfruttamento dello spiaggiamento della MN/Rosso della società Messina di Genova avvenuto il 14 dicembre 1990 sulle spiagge calabresi, asserendo che era stato l’effetto di un’errata manovra di auoaffonda-mento, in quanto carica di rifiuti mai rinvenuti.
  58. La pretesa partecipazione dell’ing. Giorgio Comerio nel seppellimento a mezzo di siluri di scorie nucleari nelle acque internazionali dell’Oceano Indiano, previa corruzione del Presidente della Repubblica della Somalia Ali Mahdim, mai verificatosi.
  59. La falsa presenza sulla MN/Rosso di carte nautiche intestate alla società ODM costituita dall’ing. Comerio ben tre anni dopo i predetto spiaggiamento, con indicati oltre 30 punti di pretesi antoaffondamenti di navi a perdere, cariche di rifiuti.
  60. I falso rinvenimento di un certificato di morte intestato a Ilaria Alpi fra le carte sequestrate a casa dell’ing. Comerio nel 1995, dal PM di Reggio Calabria dr. Francesco Neri, poi accertato del tutto inesistente.
  61. Il preteso assassinio del colonnello Ferraro per i suoi inesistenti rapporti con la Somalia e il Caso Alpi, trattandosi invece di suicidio.
  62. Idem per l’assassinio del cursore Mauro Mandolini, legato invece a questioni di sesso e di denaro.
  63. Idem per la morte in Somalia nel 1993 del maresciallo Vincenzo Li Causi, incappato insieme ad alcuni suoi colleghi in un conflitto a fuoco fra i somali, falsamente definito informatore di Ilaria Alpi e informato dal giornalista Mauro Rostagno.
  64. Idem per l’assassinio del giornalista Mauro Rostagno avvenuto nel 1978 a Trapani, e deciso da mafiosi per soli fatti di mafia, preteso informatore del Li Causi.
  65. Idem per il capitano Nicola De Grazia morto nel 1995 per infarto da stress, sostenendo falsamente che era stato “avvelenato” perché indagava sulla MN/Rosso e sulle navi a perdere.
  66. La falsa partecipazione nei malaffare somali e negli omicidi della massoneria.
  67. Il falso coinvolgimento negli stessi di Cosa Nostra, della ‘ndrangheta e della malavita organizzata, in combutta con i poteri forti dello Stato italiano.
  68. Il nefasto contributo negli stessi eventi delittuosi della Lega Nord e degli estremisti neri, interessati a favorire, di intesa con la mafia e con la Loggia P2 di Gelli, il distacco della Sicilia dall’Italia.

Fin qui i primi dieci anni di depistaggio mediatico.

Potrei continuare, ma che vale?

Depositata la relazione conclusiva della Commissione Alpi, che ha avuto il merito di sconvolgere questo cumulo di depistaggi, gli autori degli stessi si rintanano nella loro ridotta per rinfrescarsi, disponendosi ben presto a ricominciare.

Il depistaggio si accresce ricorrendo ad ulteriori sequele di congetture e di fraudolente menzogne.

Le piste omicidiarie cresceranno con gli anni come i funghi, le piante crittogame di varie forme e colori. Dalla fungaia i funghi crescono alla lesta.

Tubilli a volontà.

Tutti però non mangerecci, perché velenosi. Bubbole malefiche e false per come leggeremo in questo secondo libro.

Voglio essere benevolo. Vedo tutto ciò come un frenetico guizzare, il movimento dei pesci a scatti, dimenandosi.

Lo racconta l’Ariosto: “Mandricardo in piedi guizza” uno scappar via, uno scivolare da una pista all’altra, da una menzogna all’altra, gurgugliando come la voce speciale che manda il tacchino, o gufeggiando come i misantropi.

L’obiettivo è sempre lo stesso, quello di accreditare il Grande Teorema circa la responsabilità nel duplice omicidio di politici, trafficanti, massoni e mafiosi e Servizi segreti, elevandolo a delitto di Stato.

Tutti scenari infami, che risulteranno essere solo polvere, finchè si deciderà, dopo altri 10 anni, di chiudere lo spaccio di Riccione e far dire alla mamma di Ilaria, delusa e affranta, “Basta!”.

Sul Campo di Agramante dopo aver superato nella lunga guerra 600.000 richiami sul web, sventolerà la bandiera bianca quella della resa, come al  tempo della guerra dei trent’anni, avviata quattro secoli fa tra cattolici e protestanti, nella presunzione che ciascuna delle due parti fosse depositaria della verità evangelica con diritto alla isterica caccia delle streghe, produttrice, però, di enormi danni e depravazioni.

Solo che oggi, all’inizio del terzo millennio, non servono più i picchieri e le mazze ferrate, bastano per guerreggiare, i computer e i noti imbrattatori  sanno bene come usarli.

Noi siamo fatti della medesima sostanza di cui sono fatti i nostri sogni” , ma i loro sono stati perversi e tali rimangono. Invocano la giustizia, ma di fatto la ostacolano.

Vogliono la verità, ma la obliterano e la occludono.

Non lo dico io. L’ha detto la Commissione Alpi e alcuni dei più autorevoli dei loro colleghi.

Loro, i puri, i perfettini. Gli altri gli impuri, da carcerare.

Come invoca Jean Paul Sartre in Huis clos: “L’enfer c’est les autres” e perciò continuano e aggravano la loro filibusteria.

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