CASO ILARIA ALPI: LA STORIA DI UNA STORIA INFAME

Che fine ha fatto la inchiesta penale, ormai ultraventennale, sull’assassinio di Ilaria Alpi avvenuto a Mogadiscio il 20 marzo 1994?

Mille gazzettieri e più di un preteso giornalismo investigativo, tutti incapaci di fornire alcun elemento di prova, hanno scritto in merito centinaia di migliaia di articoli, innumerevoli libri, concorso a redigere film e servizi televisivi solo sul TG3, organizzatori e partecipi di tavole rotonde con istituzioni di premi, con un can can senza soluzione di continuità, tanto che l’inafferrabile enigma ha superato  un 1.000.000 di richiami su internet.

Tutto allo scopo di far credere che la giovane giornalista era stata fatta uccidere, assieme all’operatore Miran Hrovatin, perché sapeva o indagava, prima su fatti di malacooperazione, poi su pretesi stupri di donne somale da parte di militari italiani, poi su traffici illeciti di armi dall’Italia alla Somalia e infine – dopo che tutte le predette piste erano miseramente fallite – inventando il traffico e il seppellimento in Somalia di rifiuti tossico-nucleari con morie di uomini e di animali

Il tutto per iniziativa di una ben individuata “Centrale di depistaggio mediatica” di area catto-comunista per indubbie finalità politico-ideologiche, servendosi di avanzi di galera per accreditare fatti frutto di pura invenzione, diffamando e calunniando a più non posso con la scusa di favorire la ricerca della verità.

Tutto ciò malgrado più sentenze di condanna per diffamazione e calunnia contro le loro “gole profonde”, la sentenza della Corte di Assise di Roma del 26 febbraio 2002, che ha giudicato il somalo Omar Hashi, nonché le archiviazioni di oltre 20 Procure della Repubblica, che hanno indagato sulla vicenda e le conclusioni negative di ben cinque Commissioni parlamentari di inchiesta sul ciclo di rifiuti e perfino della Commissione parlamentare di inchiesta sulla morte dei due operatori dell’informazione, presieduta dall’On.le Carlo Taormina, che hanno unanimemente escluso la premeditazione e la esistenza di mandanti, come pure la esistenza dei fatti illeciti dati per certi dai giornalisti, in quanto si è provato, al di là di ogni ragionevole dubbio, che il delitto fu solo il frutto della guerra civile tra bande operanti in quel periodo nel paese africano: un mero atto banditesco “contra incertam personam”.

I soliti gazzettieri si sono poi ridotti ad inventare persino l’autoaffondamento di navi nei mari cariche di rifiuti con la connivenza della massoneria, mafia, Servizi Segreti e criminalità organizzata.

Oggi, dopo tanto rumor di tamburi, costoro tacciono.

E tacciono naturalmente senza una parola di autocritica in particolare i giornalisti di “Famiglia Cristiana” con in testa Luciano Scalettari, de “L’Espresso”, con in testa Riccardo Bocca, e così Luigi Grimaldi, Andrea Palladino, Maurizio Torrealta, la ex onorevole Gritta Granier, che su questa storia hanno scritto, parlato, chiosato per anni e anni, ipotizzando accuse di portata calunniosa contro persone per bene, sia somale (fra altri l’ex presidente della repubblica Ali Mahdi, Mussa Bogor, il generale Gilao, l’ing. Mugne) e sia italiane (generale Rajola Pescarini, capo dei Servizi Segreti in Somalia, l’operatore Giancarlo Marocchino, Mirko Martini, ecc.), in nome di una pretesa inchiesta giornalistica che si è dimostrata niente altro che un’otre gonfio di vento.

E ciò nonostante anche il fatto che il PM di Roma, preposto funzionalmente alle indagini, Franco Ionta, abbia chiesto reiteratamente l’archiviazione del caso da oltre un decennio.

Che fine ha fatto questa inchiesta portata avanti da oltre quattro lustri?

L’opinione pubblica frastornata da questa storia di una storia infame pretende di conoscerne i risultati.

Intanto i gazzettieri tacciono.

Finalmente!

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