Le solite bufale sull’omicidio di Ilaria Alpi in Somalia dai soliti depistatori

Attenzione! Si è messa in moto per l’ennesima volta la individuata centrale

di giornalisti dell’area catto comunista impegnati da 20 anni in uno

spregiudicato e sistematico depistaggio mediatico allo scopo di accreditare

il falso teorema omicidiario secondo il quale la giornalista Ilaria Alpi e

l’operatore televisivo Miran Hrovatin sono stati proditoriamente assassinati

in Somalia il 20/3/1994 in quanto sapevano o indagavano su pretesi traffici

illeciti di armi e di rifiuti tossico-nucleare tra l’Italia e il paese africano.

Non sono bastate le indagini di ben cinque commissioni parlamentari di

inchiesta sul caso, nonché un processo durato in quattro fasi della Corte di

Assise di Roma, né le indagini – tutte archiviate – di ben dieci Procure della

Repubblica, concordi nel dichiarare l’assoluta mancanza di prove circa tali

traffici e l’esistenza di mandanti e premeditatori.

Si è trattato per tutti di un mero atto banditesco “contram incertam

personam”, nell’ambito della guerra civile che ha insanguinato quel paese

africano.

Non sono bastate neppure centinaia di testimonianze, accertamenti tecnici

sui luoghi, perizie balistiche, né le conclusioni concordi della Commissione

Parlamentare di Inchiesta sulla morte dei due italiani nel corso della XIV

Legislatura, né le dichiarazioni dei più eminenti uomini politici somali sulla

tragica vicenda, secondo le quali in Somalia vi erano armi da esportare e non

da importare e sul fatto certo che non un solo chilogrammo di rifiuti è stato ivi

sotterrato.

Ma gli stessi giornalisti e in particolare il TG3, già indicati esplicitamente

dalla predetta Commissione Parlamentare di Inchiesta non perdono

occasione per riproporre il depistaggio con la scusa di ricercare un’altra

verità.

Si tratta di un’operazione vergognosa e, per come ha concluso la stessa

Commissione Parlamentare di Inchiesta di una e propria filiera di

mistificazioni che non ha precedenti nella storia giudiziaria della Repubblica.

Che vergogna!

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